mercoledì 11 maggio 2016

L'ideale Gnostico di rivolta: fra passato e presente (Luigi Moraldi)

Come dice il termine greco (γνῶσις) la gnosi è conoscenza; ma non ogni conoscenza è «gnosticismo»; la gnosi dello gnosticismo è una conoscenza particolare sia per l’oggetto, sia per lo scopo che si prefigge, sia ancora per i mezzi dei quali si serve. L’oggetto, e con esso anche lo scopo, è espresso in modo conciso e chiaro:

«Non è soltanto il bagno (= il battesimo) che è liberatore (ἐλευϑεροῦν), ma anche la gnosi (ἡ γνῶσις): Chi eravamo? Che cosa siamo diventati? Dove eravamo? Dove siamo stati gettati? Qual è il fine verso il quale corriamo? Donde siamo stati riscattati? Che cos’è la generazione? E la rigenerazione?» (Extr. Theod., 78, 2).

Lo scopo è, dunque, la salvezza.

1) I mezzi non sono primieramente razionali (la gnosi dello gnosticismo non è filosofia), ma una conoscenza di intuito e di rivelazione.

«Colui che è venuto dalla Profondità ha annunziato ciò che era nascosto… (il Padre) l’ha mandato affinché parlasse del luogo e del riposo dal quale venne» (VangVer., 20, 27-33).

Affermare che lo gnosticismo non si fonda primieramente sulla ragione, non significa assolutamente che esso la rifiuti: sarebbe un misconoscere i molteplici e profondi apporti dei maestri gnostici nel campo che concerneva la loro riflessione.

2) La gnosi dello gnosticismo è una conoscenza religiosa che «implica l’identità divina del conoscente… del conosciuto… e del mezzo per cui egli conosce».

3) Cardine fondamentale dello gnosticismo è il principio che nell’uomo (non in ogni uomo, come si vedrà) c’è un elemento divino (scintilla, seme divino, pneuma o spirito, ecc.) per cui egli tende all’Essere Supremo, donde è venuto.
Ma questo elemento divino, all’interno dell’uomo, dorme, è dimentico della sua origine, è nell’oblio, è racchiuso come in una tomba, in un carcere; non solo, ma è «come oro posto nel fango» (IRENEO, Adv. haer., I, 6, 2).

4) Urge perciò che sia svegliato, che le catene dalle quali è avvinto siano spezzate, che sia liberato dal carcere: risveglio che può avvenire soltanto per mezzo di una «chiamata dall’alto» (dato che egli ignora se stesso): qui ha inizio la rivelazione e la conseguente conoscenza. La prima conoscenza dell’uomo al quale giunse la rivelazione è la conoscenza di se stesso.

5) Dalla conoscenza di se stesso, del suo essere profondo, del divino che è in lui, nasce tristezza e angoscia: «è oro nel fango». Vive il taedium mundi.


6) Il mondo è dominato dalla malvagità non solo per la forza dei sensi, ma per lo strapotere del Destino che (in accordo con correnti astrologiche e di filosofia popolari del tempo) gli gnostici consideravano rappresentato dalle stelle e, soprattutto, dai sette pianeti (Sole, Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno) e dai dodici segni dello zodiaco: i sette e i dodici che soggiogano l’uomo e ne fanno un loro schiavo.


Le stesse leggi del mondo, della società, non possono essere condivise dallo gnostico: al suo «Io» divino può comandare soltanto l’Essere Supremo, sorgente e patria del suo essere; mentre le leggi di quaggiù sono leggi dell’esilio, leggi del demiurgo, dei suoi arconti, dei suoi demoni.

7) Lo gnostico è teso verso l’immutabile, verso il trascendente. Ma la via è lunga, il cammino difficile. Anche lo gnostico deve essere formato, ha da ricevere la sua forma quaggiù: l’oro non cambia, ma è contaminato e deve venire purificato quaggiù.

8) Il Dio Supremo al quale lo gnostico giunge con la conoscenza del proprio «Io profondo» – seppure è una parte di se stesso per la scintilla divina, per la «luce» e per il «profumo» di lui, che ha in sé – è lontano, è inconoscibile, è il «Grande Straniero»; nessuna conoscenza può giungere fino a lui. Perciò nello gnosticismo è generalmente descritto in termini negativi: «… nessuna luce degli occhi lo può vedere… non è lecito rappresentarselo… nessuno è al di sopra di lui…»; non si può dire neppure che egli è perfetto e beato, perché è «molto di più»; perciò si può dire che è «il non esistente»: nel senso che il suo essere non è conosciuto, non appartiene al genere di esistenza a noi noto. Se si dice che «è buono» è «perché dà la bontà», che «è vita» è «perché dà la vita», non perché si conosca la «sua» bontà, la «sua vita».
«L’Io» dello gnostico, «l’oro» che ha in sé, quel suo «profumo» divino, non è creato: è dato; è una parte dell’Essere Supremo, che – nell’uomo – deve essere purificato dal fango. Dalla conoscenza di sé alla «conoscenza» di Dio; è dalla sfera del divino che deriva lo gnostico, il cui pressante anelito è dunque il «ritorno», l’immedesimazione con Dio.

«Entrate, dunque, nel riposo con me, voi, miei amici spirituali ed eterni fratelli!»
(Discorso del Grande Seth, VII, 70, 7-10).

9) L’umanità è divisa in tre grandi classi: pneumatici (= spiritualignostici), psichici, ilici. Nei primi domina il pneuma (= lo spirito), nei secondi la psiche (= l’anima), negli ultimi la yle (= la materia). Gli ilici, rappresentati dalla grande maggioranza dell’umanità, sono dominati dalla materia, e per loro non c’è salvezza, non possedendo nulla di divino; gli psichici costituiscono la classe intermedia, la loro sorte dipende dalla libera tendenza: se si accomunano agli ilici, ne seguono pure la rovina; se tendono a un livello superiore, giungeranno a una salvezza intermedia, inferiore; (il loro «Io» non è divino); solo i pneumatici, cioè gli gnostici, hanno il seme divino, solo a loro giunge la «chiamata», solo a loro riguardo si parla di «sonno», di «oblio», di «prigione», ecc., solo loro hanno il «piacevole ricordo» della patria lontana e sono «quelli del pensiero» (o «del ricordo»), solo per loro è la salvezza.

10) Gli gnostici non erano chiamati come persone isolate: nella coscienza dell’«Io» sentono, hanno pure coscienza delle scintille dell’unica grande Luce, il Padre, e contemporaneamente sentono la loro unità. Costituiscono il riflesso terrestre dell’unica grande Chiesa, la celeste, divina, la Chiesa angelica. «Vi sceglierò uno da mille e due da diecimila; staranno ritti perché sono uno solo» (Vangelo di Tommaso 38, 1-4). Gli gnostici sono frammenti di un solo Nome.

Per strani, fantastici, non sempre chiari, ci sembrino questi miti, essi sono comunque essenziali per la gnosi gnostica: è partendo da questi, ad esempio, che si comprende l’angoscia, la ribellione radicale, la valutazione nettamente negativa del mondo e della società, la tensione verso la patria lontana e il taedium vitae.
Qualche lettore può trovare impedimento nella lettura di alcuni di questi testi, giudicandoli non seri, non cristiani, non degni di attenzione. Non è così. Sono scritti estremamente impegnati, intendono dare un apporto importante per comprendere il dilemma della vita, e – in particolare – un notevole numero di «verità» cristiane che affrontano con impareggiabile coraggio, disaminano con acutezza, e – con i mezzi della loro epoca – discutono temi sempre risorgenti nell’ambito del Cristianesimo anche ai nostri giorni.
Questi testi sono [...] non solo per la riflessione dello storico delle religioni e del tardo antico, ma – come nacquero – per chiunque non crede di possedere – lui solo – la verità ed è disposto a rivedere o riesaminare certe posizioni accolte pacificamente.
Gesù, e dopo di lui gli apostoli, predicarono un rovesciamento dei valori comuni, proposero agli uditori e seguaci la fine del mondo, l’inizio di un’era e di una vita nuova.
Il loro Cristianesimo contiene un messaggio radicale, una protesta, una rivolta. Non poteva essere per molti, ma praticamente riservato a pochi; era un lievito e un veleno per la grande massa, trascendendo e sconvolgendo interamente la vita di ogni giorno, lo stile della pratica cristiana in alto e in basso; rifacendosi al Risorto e ancorato in tutta la sua «preistoria» e «storia», il loro Cristianesimo era assertore di una diversa considerazione del mondo, della società, dei beni materiali, dell’uomo, ecc.
Certo, non si trattava di una rivoluzione violenta (raramente questi testi sono «verbalmente» aggressivi); si presentava come alternativa alla cultura, agli ideali di vita correnti, alla vita nelle città, per una vita di liberazione, di libertà, di tensione verso l’origine (la vera patria), di risveglio dall’oblio, di angoscia solitaria nella comunità di pochi coscienti dell’origine, delle «scintille» disperse, del proprio «Io» profondo, unico scopo della vita pneumatica e del mondo intero.
Questo intimo e diffusissimo movimento di rivolta, di scontento, di smarrimento e di angoscia, aveva una base molto vasta in quell’epoca (assai simile alla nostra).
Movimento affascinante e provocante, ma anche frustrante, questo dello gnosticismo. L’ideale di rivolta dello gnosticismo cristiano, di insoddisfazione, di protesta, di ricerca non conformista, di un universalismo difficile (ma non impossibile), di valutazione critica della società, di conoscenza di se stesso, di tensione quasi spasmodica, sempre piena d’angoscia, verso l’unum necessarium, verso la patria lontana, ecc. non costituiva una singolarità legata a quel tempo: prima e dopo il corso della civiltà umana conobbe altri movimenti del genere.
Ma la lotta era impari. L’ideale fu così battuto sulla breccia dallo stesso corso della storia, come quello degli Esseni.
Operazione selvaggia, la loro, che attingeva a ogni livello; troppo antitradizionale e troppo radicale, per potersi affermare e reggere di fronte a religioni e scuole organizzate. Cristianesimo ufficiale e Neoplatonismo, respinsero lo gnosticismo come «eresia», accogliendone tuttavia molti tratti.
Riemerse più tardi lo gnosticismo, ma con miti e simboli involuti, annacquati, ben lungi dagli scritti classici di Nag Hammadi, inconsciamente custoditi per il nostro tempo che per molti versi è simile all’epoca che ne vide la grande affermazione.

 

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