mercoledì 4 maggio 2016

La relazione Uomo-Dio e il ritorno al Pleroma

"L'uomo non è contento di essere uomo. Ma non sa a che cosa ritornare, né come ripristinare uno stato di cui ha perduto ogni ricordo distinto. La nostalgia che ne prova è il fondamento del suo essere, e per mezzo di essa comunica con quanto sussiste in lui di più antico." (1)


Ciò che presso gli antichi Gnostici era identificato come "Dio autentico", "Propator", “Supremo Principio”, non stabiliva con l'uomo alcun tipo di rapporto. Non sussisteva una relazione personale o confidenziale, o una sorta di “santa alleanza” fra lo Gnostico e il Dio supremo, non una relazione come fra un padre e suo figlio, come invece accade nelle varie religioni e particolarmente nell'impostazione tradizionale giudaico-cristiana.
Il “Dio prima di dio” non si occupava delle sorti dell'umanità; in grado di pensare unicamente se stesso, pose in atto la propria presa di coscienza (o il proprio fallimento) mediante la creazione del mondo sensibile. Nonostante questo, egli restò perfetto, inalterabile e completamente altro dal mondo. A precipitare nell'abisso, invero, fu la coscienza medesima, l'identità, la materia in quanto sostanza separata in se stessa. Così l'Io cosciente umano si mantiene separato dalla matrice indistinta dell'inconscio.
Il Dio era definito “Padre” (più spesso “madre-padre”; “metropator”) e “buono” solo in relazione al fatto che egli rappresentava il punto del ritorno, la sorgente da cui tutto sgorga e a cui tutto deve congiungersi, rappresentava una realtà che non era in divenire, che si situava al di sopra dell'anello eterno di nascita e decomposizione. In quanto tale, un "nihil", una realtà negatrice da cui non emanava alcuna legge per l'uomo, alcun obbligo etico o morale o di fiducia, alcun comandamento, il Dio gnostico non ha domandato all'uomo fede, perché non gli ha mai promesso o garantito nulla, alcun bene, alcuna ricompensa.
Ecco che, in tal modo, è posta in evidenza quella che fu la prerogativa essenziale nell'antica Gnosi, ovvero l'assenza del triplice intimo rapporto Creatore-Creatura-Creazione, a cui si contrappone una concezione alternativa: lo svelamento della nullità dell'esistente e l'attribuzione di reale esistenza al niente, poiché:

Dio è, anche se non è.” (2)

Concezione da cui scaturisce l'unica, autentica legge dettata in segreto, implicitamente, dal vero Dio: il "principio di responsabilità", di personale salvezza o di individuale interiore liberazione mediante la conoscenza della realtà delle cose.
La sottile cosmogonia Gnostica, che sia quella Alessandrina costruita su di un dualismo di tipo emanazionista o quella iranica incentrata sulla radicalità dell'opposizione tra due principi, ha voluto insegnare agli uomini, ancor prima che s'imponesse la filosofia esistenzialista, che l'intera vita si snoda su due assurdi: il primo assurdo è l'Essere, il secondo assurdo è il Nulla. Concetti, secondo il particolare spirito gnostico, entrambi pensabili, ma nel contempo al di là della portata dell'intelletto umano. Da questa rivelazione discende, nel medesimo spirito religioso gnostico, la necessità per ognuno di porsi in modo autonomo, e persino in una relazione di opposizione con le “realtà” del mondo interiore ed esteriore.
Lo Gnosticismo pone una serie di interrogativi, affrontando il problema del male da una differente prospettiva, non quella cristiana del dolore, ma quella della conoscenza. La conoscenza del barlume divino, del soffio di eternità insito in quell'uomo che, come la ginestra minacciata dalla potenza distruttrice della lava e prigioniera nell'arida desertica terra, sempre sparge il proprio profumo fra le rovine, affrontando l'infausto destino che l'attende con la nobiltà e la fierezza del proprio essere, questo tipo d'uomo è il guerriero libero dal giogo della colpa e della morale, è l'uomo la cui mente vergine partorisce il Cristo, il Dio luminoso che contrasta le potenze del male.
In quanto tale, lo Gnostico recide ogni ozioso e consolatorio legame con un "dio benevolo" o una "natura amorevole"; essendo un titano dello spirito, indi consapevole dell'errore, affronta l'oblio del tempo e l'inganno della materia.
Dinanzi ad una situazione di radicale scelta, ove ogni elemento di supporto è rimosso, ogni speranza cancellata, ogni benevolenza estirpata, lo Gnostico non ha più un Dio a cui affidarsi, ma può solamente contare su se stesso, e sul suo anelito verso le insondabili altezze del Pleroma.

"Sono una vite, una vite solitaria che sta nel mondo. Non ho un sublime piantatore, non ho un coltivatore, non un mite aiuto che venga ad istruirmi su tutte le cose" (3)


NOTE:
(1): E M. Cioran, Confessioni e Anatemi, ed. Adelphi
(2): E.M. Cioran, Quaderni 1957-1972, ed. Adelphi
(3): Antico passo Gnostico, da: H.Jonas, "Lo Gnosticismo", ed. Sei, G346

Di: Valentina Achamoth



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