domenica 14 febbraio 2016

Socrate e Platone contro la razionalizzazione dei miti

[...] Ma la società greca, almeno ai suoi livelli più colti, già all'epoca di Socrate e Platone, non credeva più granché nei grandi racconti della tradizione, non ascoltava già più le rocce, le querce, i fiumi, i miti. 
Un mondo scomparso perché gli uomini per la maggior parte non sembrano più disposti a misurarsi con le verità consegnate dai racconti della tradizione, come dimostra il fatto, contro cui Platone per bocca di Socrate polemizza sempre nel Fedro, che essi esercitano la ragione per minimizzare la portata dei miti. 
[...] E' in fondo un po' quello che ancora viene insegnato nelle scuole, che gli uomini, stupefatti e impauriti di fronte ai fenomeni naturali, non sapendo spiegarli scientificamente, per darsene ragione inventarono dei miti, cioè dei bellissimi racconti, pieni di dei ed eroi, fantastici e ricchi di significati, ma ormai superati.
I miti diventano muti, incapaci di parlare agli uomini e di suggerire loro un cammino di verità, e diventano oggetto di studio per attestare la loro veridicità e attendibilità, come fossero un racconto storico difettoso. 
Socrate rifiuta nettamente la razionalizzazione dissacrante del mito perché riconosce al mito una propria ragion d'essere e una propria logica, cui non ha senso contrapporne altre, in un inutile e sterile esercizio di decifrazione, adatto a chi abbia tempo da perdere e non a chi si debba occupare di cose serie, cioè della verità. Socrate inoltre esalta altre riflessioni della tradizione antica che, come il mito, gli sembrano adatte a scuotere più profondamente l'uomo e le sue facoltà. Una di queste è la scritta enigmatica sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, sacro a tutta l'Ellade, "Conosci te stesso".

"Ma io non ho proprio tempo per queste cose; e il motivo, caro amico, è il seguente. Non sono ancora in grado, secondo l'iscrizione delfica, di conoscere me stesso; quindi mi sembra ridicolo esaminare le cose che mi sono estranee, quando ignoro ancora questo." 
(Platone, Fedro, 229e)

I poeti avevano tramandato le vicende straordinarie del passato più remoto e le avevano raccontate in opere grandiose affidate al loro canto, cioè trasmesse soprattutto oralmente, di generazione in generazione. Quei canti erano la voce del mito.
In quei racconti erano l'origine dell'universo, l'origine dell'uomo, l'origine del sapere, l'origine della vita, nonché i saperi stessi degli uomini e degli dei e i comportamenti da assumere a modello. Quei racconti erano l'enciclopedia degli antichi, il repertorio delle loro credenze, delle loro convinzioni, delle loro competenze, dei loro atteggiamenti e dei loro comportamenti.


Fonte principale: "Filosofia", ed. Bulgarini



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