giovedì 18 febbraio 2016

Archetipi dello Spirito

Sin da tempi remoti il termine “spirito” delinea una sostanza eterna ed evanescente, indi esternante proprietà del tutto opposte a quelle della materia, da cui, a livello ontologico, si mantiene separato. Infatti, si suol identificare il primo come un qualcosa di fondamentalmente superiore rispetto alla seconda. Il pensiero cristiano-cattolico concepisce dogmaticamente lo spirito come identico al Dio biblico, a cui, in generale, sono attribuite le qualità di “buono” e di “giusto”. Con il termine spirito, il cristianesimo può riferirsi anche ad entità malvagie decadute dalla loro originaria dimora nei pressi del trono di Dio e relegate negli Inferi, tuttavia, questa tipologia di visione mal si accorda con quello che era, invero, l'antico significato della parola. Lo Spirito era innanzitutto correlato con il mondo dei morti, i quali (gli “spiriti”) si pensava assumessero le sembianze di materia sottile, di soffio d'aria, poiché tale soffio incarnava l'attività psichica dell'individuo proclive a persistere dopo la morte. Allo stesso modo, gli alchimisti erano soliti intendere lo spirito come una sostanza volatile, leggera, e questa sostanza, generalmente, corrispondeva al Mercurio volatile. Un'altra interessante e più precisa visione, sempre riconducibile al pensiero alchemico, considerava lo spirito un ente attivo presente nella natura medesima, l'anima mundi che muoveva ogni cosa, che sosteneva la terra rendendola fertile, viva. Nell'ambito dello Gnosticismo storico è possibile rintracciare un concetto molto simile in riferimento al Nous, lo spirito d'intelligenza, sprofondato nella materia oscura e nella mente umana.
Lo spirito così concepito veniva ad assumere un carattere di sostanza buona e, nel contempo, malvagia, in quanto artefice dei moti naturali che sono creativi ed insieme distruttivi. Ma lo spirito rappresentava, soprattutto, un qualcosa collocato al di là del buono e del cattivo, un qualcosa esente da ogni influenza cosmica, poiché diretta emanazione di un Dio primigenio imperscrutabile e alieno alle leggi della terra e dell'umanità. Una concezione di spirito, quest'ultima, che esprime, sostanzialmente, la potenziale possibilità e la preesistenza.
Nell'uomo microcosmo il termine “pneuma” adottava il significato di interiorità e di intelligenza. Conservando l'accezione di “soffio” o “aria”, nell'individuo spirito è la forza attiva che stimola, eccita e ispira. Carl Jung sottolinea spesso l'importanza della giusta interazione fra l'uomo e il suo spirito:

Se all'oggetto esterno non si contrappone l'interno, nasce uno sfrenato materialismo accoppiato o a una maniaca presunzione o all'annientamento della personalità autonoma”

Il grande psicoanalista, in particolare, identifica questa primordiale forza invisibile e vivificante con l'immagine universale del Vecchio Saggio, generalmente connessa ad una fase della vita in cui vien acquisito un grado di consapevolezza superiore. Infatti, l'archetipo tende a manifestarsi a seguito dell'integrazione della parte femminile detta Anima ed è l'archetipo più in relazione con il Sé superiore. È il simbolo che incarna la Saggezza nell'individuo di sesso maschile ma identifica anche la quarta e più alta attivazione dell'Animus. In ogni caso, l'immagine della Saggezza corrispondente al Vecchio Saggio nella donna è la Grande Madre.
L'archetipo del Vecchio Saggio si presenta nell'immaginazione comune sotto le sembianze di maestro, anziano mago, gnomo, animale parlante, dunque una creatura detentrice di una grande sapienza. Nelle fiabe, rappresenta il consigliere che appare nel momento in cui l'eroe si trova in difficoltà, in un momento in cui soltanto una profonda riflessione o una intuizione miracolosa potrebbe salvarlo. È perciò anche un simbolo che può intervenire, durante la vita, per incitare al confronto morale e alla presa di coscienza rendendo più semplice la eventuale decisione.
Come tutti gli archetipi, ha un aspetto positivo ed uno negativo solitamente connesso con il mondo infero. Nei racconti, il mago dotato di grande conoscenza magica e sapienza può apparire privo degli occhi, ovvero di una parte delle sue qualità illuminanti.
Questo è il caso di Odino, che sacrificò un occhio alla fonte di Mimir. In realtà, il dio Odino è connesso all'idea di spirito più di quanto si possa immaginare. Nell'etimologia del suo nome ritroviamo la radice indoeuropea WĀT- che significa “soffio” o “ispirazione”. Odino è infatti il protettore dei poeti e personifica la saggezza, il fuoco ispiratore.
Il Vecchio Saggio può presentarsi in una configurazione ostile, sotto forma di conoscenza immatura o troppo ottusamente dipendente da ideali obsoleti, indi la sua immagine fantastica trova corrispondenza nel trickster, Loki, oppure Saturno, il Demiurgo gnostico contrapposto al Nous-serpente. La manifestazione avversaria, in alchimia, rappresentava il caos, sostanza e condizione fondamentale senza la quale l'Opera miracolosa non poteva compiersi. Con il termine “diavolo”, presso gli alchimisti, veniva denominata quella forza terribile e sinistra insita nella natura, in armonia con le altre forze, seppur apparentemente ad esse in opposizione; in modo analogo il Demiurgo identifica l'aspetto terrestre della Sophia.
Quello del Vecchio Saggio è dunque un simbolo luciferino, in quanto possessore di una doppia polarità. Lo stesso Jung ammette questo tipo di identificazione:


Se il nome Lucifero non fosse già così compromesso, ben si
adatterebbe a questo archetipo, che mi sono perciò limitato a indicare come
l'archetipo del vecchio saggio, o del significato”

Il corrispettivo femminile del Vecchio Saggio è un simbolo altrettanto legato ad un'immagine “portatrice di luce”: la Grande Madre, a Babilonia, era la dea Ishtar, identificata con la sumera Inanna. Figlia di Sin, dio della Luna, e sorella di Shamash, dio del Sole. Spesso veniva integrata nella triade suprema che costituiva assieme a Marduk e Nabu (Mercurio). Ishtar era dea dal duplice aspetto e per questo il suo culto era assimilato a quello del pianeta Venere. Infatti possedeva un aspetto relativo alla fertilità, alla vita e all'amore ed un altro feroce, distruttivo e guerriero.
L'archetipo della Grande Madre manifesta la personalità completa e pienamente consapevole nella donna, una personalità molto vicina al Sé superiore che testimonia la perfetta integrazione delle qualità maschili. Risulta interessante, a tal proposito, notare come nella spiritualità Lakota, Venere sia associato con l'ultima fase della vita, la fase relativa all'esperienza e alla Saggezza.
Il concetto di Spirito trova, inoltre, una grande e fondamentale identificazione in quello che è il percorso alchemicamente denominato “via secca”, intrapreso dall'alchimista dopo aver operato nella “via umida”.
Se quest'ultima, infatti, a livello puramente interiore, identifica il tratto evolutivo “lunare” mediante il quale la coscienza è focalizzata sull'esperienza fisica, simboleggiando, dunque, mitologicamente la fase in cui il pensiero sottile è prigioniero della materia, la via secca o solare indica, contrariamente, lo stadio in cui prende il sopravvento la chiarezza mentale. Alla luce dell'intelligenza l'oscurità interiore si dirada, raggiungendo la limpidezza necessaria a seccare gli umidi eccessi della natura inferiore.
La via secca è, pertanto, la via “salvifica” distinguibile nell'allegoria del Cristo (il Sole) che discende sulla terra e redime Sophia (la Luna) sollevandola dalla densa tenebra di cui è stata artefice. Rappresenta Loki, la materia, che stipula l'indelebile patto di sangue con il proprio oppositore, Odino, lo Spirito; Satana che si riconcilia con il suo eterno fratello.
Il faticoso percorso di conoscenza o di “essiccamento” viene definito da Marsilio Ficino “qualità terrestre e malinconica”, poiché decidere di porsi al di là delle illusioni e dei condizionamenti dell'ego attivandosi intellettualmente ed emotivamente per la propria Rettificazione può privare di una parte di serenità. Tuttavia, la sostanziale differenza che è possibile scorgere fra coloro che sono immersi nell'esperienza ilica e gli spiriti pneumatici depositari della scintilla divina, pianta nella mente i semi di una grande, inevitabile riflessione:

"Che differenza pensate vi sia fra coloro che nella caverna di Platone contemplano le ombre e le immagini delle varie cose, senza desideri, paghi della propria condizione, e il sapiente che, uscito dalla caverna, vede le cose vere? Se il Micillo di Luciano avesse potuto continuare a sognare in eterno il suo sogno di ricchezza, che motivo avrebbe avuto di desiderare un'altra felicità? La condizione dei folli, perciò, non differisce in nulla da quella dei savi, o, meglio, se in qualcosa differisce, è preferibile.
Innanzitutto perché la loro felicità costa ben poco: solo un piccolo inganno di sé."


DI: Valentina Achamoth


BIBLIOGRAFIA:
- Erasmo da Rotterdam, Elogio della Follia
- Carl Gustav Jung, gli archetipi e l'inconscio collettivo
- Marsilio Ficino: De vita libri III
- Giuseppe Furlani, Miti Babilonesi e Assiri, Ed. Sansoni
- Marie Louise von Franz, Le fiabe interpretate, ed. Bollati-Boringhieri



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