domenica 28 febbraio 2016

Abraxas

L'uccello lotta per uscire dall'uovo.
L'uovo è il mondo. Chi vuol nascere deve distruggere un mondo.
L'uccello vola a Dio. Il Dio si chiama Abraxas

(Demian, Hermann Hesse)


Il termine “abraxas” compare scolpito su pietre e gemme utilizzate presso le comunità gnostiche dei primi secoli come potenti talismani, ma anche su antichi sigilli, manoscritti a carattere alchemico-esoterico, scritti cabalistici.
Le lettere di cui il nome si compone rivelano un significato essenziale, in quanto direttamente riferito al ciclo naturale di nascita-morte-rinascita. Il numero che esprime tale significato è 365, derivante dalla somma dei rispettivi valori delle lettere secondo la numerazione greca: α =1 β =2 ρ =100 α =1 ξ =60 α =1 σ =200.
Nei testi Gnostici, talvolta è possibile incontrare una variante, “Abrasax”, che identifica il più alto degli Eoni, un'entità preposta al dominio del primo dei 365 cieli.
La sua indiscussa origine gnostico-mithraica lo vuole simbolo della mediazione tra l'uomo e il dio Solare ad esplicare la possibilità iniziatica per l'adepto di divenire il Dio supremo. Le gemme, in particolare, rappresentavano spesso veri e propri segni di riconoscimento fra iniziati e vennero per la prima volta adoperate all'interno della comunità gnostica Basilidiana. Per primo fu infatti Basilide, maestro alessandrino, ad introdurre il culto segreto di Abraxas, allegoricamente raffigurato con busto umano, testa di gallo e due serpenti a sostituire le gambe. La figura appariva solitamente nell'atto di reggere strumenti di potenza ed invincibilità quali la frusta o il correggiato e lo scudo, inoltre era attorniata da caratteri singolari costituenti nomi magico-esoterici come: “Iao” e “Sabaoth”, il primo dei quali associato al Dio gnostico autentico e superiore al Dio veterotestamentario. All'interno di alcuni estratti dal Libro del Salvatore, ad esempio, è possibile ritrovare la parola IAO, particolarmente in un episodio in cui Gesù, dinanzi ad un altare, invoca il nome di potenza in questione rivolgendosi ai quattro punti cardinali e concludendo con una preghiera rivolta al Padre.
A parere di alcuni il termine “abraxas” ritrova la sua più pura origine nella espressione magico-occulta “abracadabra”, comparsa per la prima volta nel Liber Medicinalis di Quintus Serenus Sammonicus, un medico vissuto nel III secolo e discepolo di Basilide.
Ciò che, in ogni caso, è utile ed importante osservare è come questo grande simbolo abbia fatto più volte, insistentemente la propria apparizione nel panorama religioso ed iniziatico occidentale nonostante le innumerevoli censure, i roghi e le degenerazioni ai quali andò incontro. Quasi a voler comunicare l'immortale ed inestinguibile presenza del “Dio dimenticato” nei meandri inconsci del genere umano.
In qualità di Principio totale ed unificante, Abraxas, presso la tradizione persiana, giunge a simbolizzare la riconciliazione fra Ahura Mazda e Ahrimane, esplicando in toto la volontà dello gnosticismo storico di stabilire una unione fra gli aspetti duali dell'esistenza, quali bene e male, ragione e intelletto, inconscio e coscienza.
Abraxas, infatti riconduce ogni opposto all'armonia suprema (sym-ballein), distruggendo il piano ordito dalle forze arcontiche al fine di separare e frammentare, dunque disperdere (dia-ballein) nel cosmo l'identità divina dell'uomo, che conseguentemente, smette di percepire il proprio vero Sé divenendo preda del caos.
Il sistema molteplice e illusorio degli Arconti risulta essere, all'interno della letteratura Gnostica, in netto contrasto con l'ideale di libertà propugnato dalle scuole alessandrine. Essenziale rammentare come presso molte comunità dei primi secoli, il dio inferiore veterotestamentario fosse appellato con il nome ebraico “satan” e definito “l'avversario”, “il ribelle” o “l'Arrogante”. “Diaballein” è un termine traducentesi con “dividere”, e da cui discende il greco “diabolos”. Il Demiurgo possedeva inoltre, secondo l'Apocrifo di Giovanni, tre nomi, uno dei quali era “Samael”.
Tali storiche considerazioni sorprendentemente non collidevano con quello che era l'intento iniziatico supremo di molti gnostici, ovvero poter giungere alla Verità proprio attraverso l'esperienza necessaria (ananke) del “sonno” demiurgico, in quanto dimorava fra essi la convinzione secondo cui un uomo che è “salvato nella sua propria natura” è in grado di sperimentare anche la più ingannevole delle espressioni del mondo senza esserne condizionato totalmente. Lo Gnostico (pneumatikos) è infatti, “come l'oro deposto nel fango”, che mai perde la propria luce, il proprio valore e la consapevolezza di ciò che è realmente nel momento in cui vien sepolto dalla melma.
Da questa concezione scaturisce l'imponente opposizione gnostica ai principi Cristiani (antinomismo) affermanti che per poter giungere a Dio un uomo è obbligato ad operare in vita secondo una precisa morale, nel timor di Dio e per fede.
Abraxas riassume in sé proprio un alchimistico ed individuale intento di Salvezza, superiore a qualsiasi legge religiosa assolutista.

"Abraxas per gli gnostici, il Dio Assoluto, superiore al Dio del AT, è da tutta l'eternità, l'oscurità e la luce, il nulla ed il tutto: allo stesso tempo esistenza e non-esistenza"

(P. Sanda, "Rituale di guarigione con gli Arcangeli, Gran Grimorio degli Arcivescovi")




Molti, tuttavia, sono stati i tentativi per mano dei cabalisti di sincretizzare il culto di Abraxas con la struttura dottrinale dell'Antico Testamento. In particolare si è voluto far coincidere il Dio Abraxas con Abramo (Abraham); questi però, per loro sventura, ebbero dimenticato il sistema fortemente anti-ebraico da cui il simbolo gnostico proviene, ovvero la scuola di Basilide, e, più in generale, tutto il movimento eretico alessandrino che nutriva indiscutibilmente una grande ostilità nei confronti del panorama spirituale e religioso di Israele.
Il Dio dimenticato è divenuto, infine, oggetto di speculazioni da parte di Carl Gustav Jung, che all'interno dei suoi scritti lo reclama quale simbolo del Sé, ovvero di quella misteriosa e sofianica coniunctio oppositorum, unione fra coscienza e incoscienza, fra ragione ed istinto, che è certamente già possibile rinvenire negli insegnamenti degli antichi maestri, e che ben demolisce una discutibile credenza sostenuta, oggi, entro alcune cerchie di sedicenti esoteristi; secondo tale credenza gli Gnostici antichi predilessero quale strumento iniziatico ed esistenziale di valutazione la sola facoltà meta-razionale denigrando a priori l'utilizzo del buon senso ed il raziocinio. Ma, se è vero che tale strumento d'intuizione trascendente (Nous) ebbe, presso di loro, una valenza superiore ed una non indifferente importanza iniziatica, è altrettanto vero che, lo spirito vivacemente greco e misterico (Logos) che caratterizzava i membri di ciascuna setta non poté, molto spesso, fare a meno di esprimersi, in particolare attraverso le parole di Valentino e Basilide:

Infatti abitano nel cuore molti spiriti (Mt.12,45) e non gli permettono di esser puro, poiché ognuno fa le opere che gli sono proprie e spesso lo maltratta con desideri non convenienti. Mi sembra che al cuore accada qualcosa di simile a ciò che succede ad un albergo: infatti questo viene rovinato, sforacchiato, spesso riempito di sterco, poiché gli avventori si comportano in maniera sconveniente e non hanno alcuna cura del luogo, in quanto è di altri.
Nello stesso modo anche il cuore, finché non è oggetto di cura, è impuro, abitazione di molti demoni: ma allorché il Padre, il solo buono, rivolge verso di lui il suo sguardo, viene santificato e risplende di luce, e così è reso beato chi ha tale cuore, poiché vedrà Dio. (Mt. 5,8).”

(Clemente, Stromati II 114, 3-6 su Valentino)


"Se infatti persuadi qualcuno che l'anima non è semplice e che i desideri delle cose cattive nascono a causa della forza delle appendici, ogni uomo cattivo avrà un pretesto non dappoco per dire: sono stato costretto, sono stato tratto, controvoglia ho fatto, senza volere ho operato. Invece egli stesso ha inclinato verso il desiderio di cose cattive e non ha opposto resistenza alla violenza delle appendici.
Bisogna invece che, diventati superiori grazie alla facoltà razionale, noi ci dimostriamo padroni della creazione inferiore che è in noi."

(Dal trattato "Sull'anima avventizia" di Isidoro, figlio del maestro Gnostico Basilide. Clemente Alessandrino, Stromati II 113,3 – 114,1)




Dio e il Diavolo sono differenziati in virtù del pieno e del vuoto, del generare e del distruggere. L’essere efficaci è comune a entrambi. È questo elemento a unirli. Per cui l’essere efficaci è al di sopra di entrambi e rappresenta un Dio al di sopra di Dio, poiché nell’efficacia esso unisce pienezza e vuoto.
Questo è un Dio del quale non avete saputo, perché gli uomini lo hanno dimenticato. Noi lo chiamiamo con il suo nome, ABRAXAS. Esso è ancora più indeterminato di Dio e del Diavolo.
Per tener distinto Dio da lui, noi chiamiamo Dio HELIOS o Sole. Abraxas è azione, a lui si contrappone soltanto l’irreale; perciò la sua natura operante si dispiega liberamente. L’irreale non è, e non oppone resistenza. Abraxas sta al di sopra del Sole e al di sopra del Diavolo. È la probabilità improbabile, l’elemento irrealmente operante. Se il pleroma avesse un’essenza, la sua esplicazione sarebbe Abraxas.
Per quanto egli sia ciò che è operante, tuttavia non è un’azione determinata, ma azione in generale.
È irrealmente operante, perché non ha un’azione determinata.
È anche creato, perché è distinto dal pleroma.
Il Sole ha un’azione determinata, e così pure il Diavolo; perciò ci appaiono molto più operanti di Abraxas, che è indeterminato.
È forza, durata, mutamento”.

(Carl. G. Jung, Libro Rosso)


DI: Valentina Achamoth 

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