sabato 30 gennaio 2016

Sul concetto di "Chiamata"

Una delle più interessanti e fondamentali concezioni che caratterizzarono lo Gnosticismo di area mediterranea fu quella relativa alla cosiddetta "chiamata", la chiamata di un Dio sconosciuto, la quale, sostanzialmente, assolveva a due funzioni; la prima era scuotere lo Gnostico - il solo che poteva udirla - da una felice condizione di sonnambulismo costringendolo ad aprire gli occhi e a guardare con dolente lucidità la fallacia, la caducità che irrimediabilmente contraddistinguono il piano della materia. La seconda funzione era, invece, quella di "consolare" lo spirito pneumatico rivelandogli una via di salvezza, secondo i maestri, l'unica possibile e che prendeva il nome di "gnosi", ovvero "conoscenza".
La natura di questa particolare "chiamata" venne esplicitamente definita "divina"; Filoramo, tracciando un'accurata analisi delle fonti antiche, descrive l'evento in questi termini:

"Lo gnostico è lo straniero per eccellenza, l'alieno gettato ad esistere in un cosmo che gli è estraneo...alla ricerca di una conoscenza salvifica (che) gli si rivelerà come una chiamata dall'alto, un grido che lo ridesterà"

Essendo, dunque, tale chiamata un accadimento divino, la medesima "conoscenza" gnostica scaturente da essa era conoscenza del divino.
L'angoscioso senso di estraneità che attanagliava lo Gnostico lungo il proprio percorso di vita derivava principalmente dalla brusca presa di coscienza di quel nihil esistenziale inquietante ed intrinseco e dal naturale bisogno di andare alla ricerca di una patria, di una fonte di beatitudine, che non era, infatti, più possibile ritrovare nel mondo, ora svelato in tutta la sua precarietà, la sua tragicità e la tirannia delle sue leggi.
Ma di cosa consisteva, esattamente, la conoscenza Gnostica?
In primo luogo, non trattavasi di un'opera in grado di coinvolgere la ragione, la facoltà sistematizzatrice della coscienza quotidiana. Piuttosto, per mezzo della pratica gnostica, la coscienza veniva costretta ad una forma di adattamento, di riconoscimento di una più grande entità normalmente ottenebrata, straniera all'Io, questa entità era l'indifferenziato, il Sé. Il Sé, la "controparte celeste" assunse nomi differenti attraverso le varie scuole: possiamo ricordarne alcuni fra cui "angelo", "compagno di coppia", "immagine".
La conoscenza del Sé, della fonte originaria, richiedeva una vera e propria illuminazione che era possibile attuare mediante la rivelazione di un insegnamento riservato ad una élite costituita da individui con determinate predisposizioni.
Pertanto, essa consisteva in una tipologia di conoscenza trasformante, una sorta di rigenerazione spirituale in grado di guidare l'io alla sua propria origine, alla propria "arché", al suo proprio modello originario: l'Archetipo, l'Anthropos.
Mediante l'illuminazione lo Gnostico diveniva la stessa realtà che conosceva, attuava, per l'appunto, in sé stesso una trasformazione, un'alchemica trasmutazione, divenendo l'Altro da sé che aveva conosciuto, e superando, in tal modo, la dicotomia tra soggetto e oggetto di conoscenza.


"E' impossibile che uno veda qualcosa delle realtà essenziali, se non è diventato come quelle. L’uomo, davanti alla verità, non si trova come di fronte al mondo: vede il sole pur non essendo sole, vede il cielo, la terra e ogni altra cosa pur non essendo nulla di tutto questo. Ma (se) tu hai visto qualcosa di quel luogo, tu sei diventato quello che hai visto. Tu hai visto lo Spirito, e tu sei diventato Spirito; tu hai visto il Cristo, e tu sei diventato Cristo; tu hai visto il Padre, e tu diventerai il Padre."
(Vangelo di Filippo)

Una delle premesse alle strutturazioni gnostiche dei primi secoli che è possibile ritrovare nel pensiero filosofico ed iniziatico della Grecia antica è identificabile nella nozione Platonica di "intuizione", ovvero quella facoltà sovra-razionale in grado di porre l'Io in sicuro contatto con l'indifferenziato, con il divino, e che prende il nome di Nous. Tale essenziale concetto finì per assumere, fra gli Gnostici, una propria esplicita identità, quella del serpente figurante nel testo biblico di Genesi, e più in generale del Serpens quale simbolo universale mutuato dalle grandi tradizioni misteriche.
La scuola carpocraziana - fra le più imponenti dello Gnosticismo antico, poiché condusse alla nascita di sette di spicco come quelle degli Ofiti e dei Cainiti - discorreva, nonostante il tragico svelamento del nulla, sull'importanza dell'impegnarsi in qualunque esperienza terrena al fine di "unire" i frammenti di luce, di mettere insieme (sym-ballein) le parti che compongono l'essenza reale dell'uomo, che è essenza divina, e riconquistare la patria perduta. Il maestro Carpocrate, contrariamente agli gnostici dediti all'ascetismo, introdusse la possibilità di riconoscere nell'esperienza umana una grande opportunità per la conoscenza del Sé, sparso ovunque, nel prossimo, nella molteplicità arcontica dei pensieri, delle azioni, nella oscura, caotica materia. 

Colui che è abbastanza "intuitivo" ode la chiamata al di sopra del "rumore del mondo", ode, dall'alto del suo cuore, il "dio inesistente"(1) che non smette di asserire: "io sono tu e tu sei io, e dove tu sei io sono, e in tutte le cose sono disperso. E da ovunque tu vuoi, tu mi raccogli; ma raccogliendomi, tu raccogli te stesso”(2).

DI: Valentina Achamoth 



NOTE:
(1) "dio inesistente" era la particolare concezione di "Dio" diffusa fra gli gnostici antichi, attraverso la quale essi identificavano il Dio prima di dio, l'autentico dio supremo alieno al cosmo, e trovò la sua nascita nella scuola di Basilide di Alessandria.
(2) Vangelo di Eva, Panarion, Epifanio di Salamina, secolo II

BIBLIOGRAFIA:

- G. Filoramo, L'Attesa della fine, Bari, Laterza, 1993
- R. Grant, Gnosticismo e Cristianesimo Primitivo, Il Mulino, Bologna, 1976
- Epifanio di Salamina, Panarion, testo greco a fronte. Ed. Morcelliana




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